lunedì 20 novembre 2017

Tra campagne, colli e montagne


Il recupero

Grazie a Silvia, ho deciso di creare una nuova "rubrica". Ogni volta aprirò un post con una poesia, frase, personaggio antico... Il recupero ha senso se lascio libero spazio alla ricerca.



Questa signora è Jane Margaret Cameron (1815-1879), fotografa inglese, esponente del pittoricismo.

A me piace Jane per due motivi: è diventata fotografa all'età di 48 anni;  ha creato una "tecnica" tutta sua, fregandosene altamente dei principi della fotografia.
Come vi direbbe Silvia, un bravo pittore prima di dipingere "male" deve saper dipingere bene.






L'ago e il focolare?



Borsa appartenuta a mia nonna. Anni trenta del novecento. Mia nonna era una contadina veneta, che finì in fabbrica tra i bachi da seta. Mia nonna lavorava.


Quando cammino tra gli alberi, mi slego completamente dalla realtà, stessa cosa accade quando, guardando fuori dal finestrino dell'auto, mi domando come doveva essere il mondo.  Una parte di me smette di respirare, rimane in ascolto. Perfino ieri, mentre camminavo con mio marito, col vento che ci schiaffeggiava la faccia, cercavo di captare, registrare qualsiasi rumore, canto, silenzio. Mi piace recuperare pezzetti di folclore. 
La mia famiglia non mi ha lasciato molto, parlo di racconti, leggende, tradizioni. Non ho storia. Perfino le rocce erose dal mare hanno più cose da raccontare. Attenzione, non rifaccio gli stessi gesti del passato, molti sono anacronistici, ortodossi e "fuori luogo". Del maiale non si buttava via nulla, questo non significa che dobbiamo mangiarlo, ma che c'era un certo "rispetto" delle regole, chiamatele comportamentali. Per assurdo l'uomo moderno è convinto che "un tempo si viveva meglio", che i valori fossero migliori. Il recupero delle tradizioni è una sorta di "cerca". Non sta a me dire quale sfumatura cogliere. Tuttavia, mi limiterò a descrivere esclusivamente, o quasi, il lato positivo. Il rovescio della medaglia non mi compete.

Durante il quilting bee le americane del XVIII secolo si riunivano per scambiarsi trucchi, pareri, tecniche e disegni sull'arte del "trapuntare". Le chiesette talvolta permettevano di ospitare una dozzina di donne. Uno dei requisiti importanti era saper utilizzare alla perfezione l'ago. Mentre gli uomini erano intenti a lavorare o a giocare con i ferri di cavallo, le donne spettegolavano tra disegni acrobatici e fili colorati. La festa si concludeva con l'arrivo degli uomini, con canti, musica e balli.
La trama della trapunta chiamata "Log Cabin" (casetta di legno) è uno dei modelli più conosciuti. Spesso si pensa che la sua origine derivi dai primi pionieri arrivati negli Stati Uniti, tuttavia sembra che tra le mummie egiziane e in una trapunta inglese siano stati trovati disegni simili.
La "Log Cabin" fa la sua apparizione negli anni '60 dell'ottocento, durante la Guerra Civile Americana. Spesso viene identificata con lo spirito dei primi pionieri.

Qui, nel Veneto, il "Filò" era una consuetudine del mondo rurale. Presumibilmente nasce dal verbo "filare", ossia del lavoro che le donne praticavano nelle stalle. Gli incontri serali, nel periodo più freddo dell'anno, avvenivano per stare al caldo, con il passare del tempo, le persone si riunivano per fare piccoli lavori a mano, per recitare il rosario, per parlare e spettegolare. Fare "filò" voleva dire trascorrere del tempo con i propri vicini, tra gruppetti di persone, per custodire e tramandare tradizioni.
Si sopportava l'aria, talvolta malsana, di vacche e maiali, pur di stare al caldo, anche perché era un momento sociale, a cui non ci si poteva, voleva, sottrarre. Mentre i bambini dormivano, le donne e gli uomini si davano appuntamento in stalla. Nelle sere più buie, tra ferri, matasse, lana, fili, gerle, scope, rastrelli si accendeva il mondo.

Quello che rimane del passato


Quilting, punta spilli fatti a cuore - a mano -, cosucce in pasta di sale, gesso e das
Non sono quella che si dice "brava" con le mani, amo le cose altrui. Tutto quello che faccio, e mio marito è uguale a me, è per "archeologia". Entrambi compriamo materiale per carpirne il segreto, quindi non stupitevi se un giorno vi faccio vedere una biglia di vetro fatta in casa. Noi siamo quelli del "ho capito, ho capito!" e dei video su Youtube, dei manuali, tanti, del faidate. Iniziamo un lavoro, ne pensiamo subito un altro; siamo curiosi e ci annoiamo facilmente. Sarà per questo che ero brava nel mio lavoro, se fossi stata una contabile "registra fatture" sarei finita sotto ad un ponte. Ed è uno dei motivi per il quale non sono andata avanti con gli studi, sì, vabbeh, lavoravo tanto...


Questo è un diario fatto a mano di Marta Anzolla - http://www.emozioniinpatchwork.com/

All'ombra della religione - Lessinia 


Santini anni venti e trenta di famiglia - alcuni -
Non sono "religiosa", naturalmente non mi ritengo cattolica, ciò nonostante, invecchiando (ho solo 45 anni) sono diventata saggia, e oggi so che la brava gente è sempre esistita. Credere in qualcosa fa parte della nostra natura,  un tempo era l'essenza stessa della vita. Se si riuscisse a fare un'analisi oggettiva, potremmo, senza tanti preamboli e scusanti, esclamare che senza guerre, religioni e figliate oggi non avremmo computer, cellulari e navi spaziali. Il concetto è così ampio che spesso ci riduciamo a dire "un tempo si viveva meglio". Allora mi scoccio... e l'idea romantica la faccio mia, e guardando i santini e le lettere degli anni venti, trenta, quaranta e cinquanta del novecento mi commuovo. E comprendo che "è tutta vita".






Lassù


Quando cammino nei boschi, tra gli alberi, al tramonto, non riesco a non pensare a come doveva essere il mondo. Questa è la mia spiritualità, ma voi chiamatela pure Lagom, Higge o "amore per le piccole, grandi, cose". E se sono riuscita a trasmettere ad una sola persona il senso di "quiete", per me è già tanto.

Il rosso di alcune foto è naturale (tramonto).






mercoledì 15 novembre 2017

Preistoria

Non sposo le tesi di nessuno, questa posizione, che talvolta mi rende sgradevole al gruppo, è ben radicata nelle mie ossa.

Spesso mi sono ritrovata nella situazione di apparire come una persona contraddittoria, ma chi non lo è?
Ho sempre pensato, nella mia testa, che spiritualità fosse sinonimo di "natura", ed è per questo che, da anni, cerco di capirne le sfumature.
Tuttavia non posso negare il mio interesse verso l'archeologia e la preistoria. 
Avrei voluto fare l'antropologa, anche se preferisco il vocabolo "folclorista". Non ho quella spinta, richiamo, che mi fa dire "questa è la mia posizione", "questa è la mia religione o filosofia di vita". Sono quella che sono, figlia di un'epoca con le sue luci e le sue ombre. 
L'altro giorno ho visto una conferenza su YouTube di Luciana Percovich, e ho pensato: "Queste sono le cose che piacciono a me!".
Innanzitutto, senza togliere niente a nessuno, non mi sono annoiata.
Potrei risultare antipatica, e già lo sono di mio, nell'aver utilizzato il vocabolo noia, purtroppo, sebbene non sia una "studiata", trovo che questa società si fondi sul nulla.
Negli ultimi anni ho trovato più divertenti i ghost hunters che alcuni acerrimi ricercatori
Spesso gli archeologi li incontri nei musei, pronti a condividere con te i loro studi e, talvolta, le loro frustrazioni. E' un peccato, ormai mi ripeto, che i musei siano poco visitati, e non parlo di quelli delle grandi città*.
Luciana Percovich è una donna gentile, lo si evince dal tono di voce. Trasmette bellezza e passione, una di quelle cose che pochi conoscono e che tanti scambiano per arroganza. 
Vi lascio un link e naturalmente, per chi non la conoscesse, il video.




Sul web, in alcune conferenze, nei video e documentari, inciampo spesso sulla frase: "A scuola non si insegnano le prime raffigurazioni delle divinità femminili...". Vorrei precisare che a scuola a malapena si fa la storia, figuriamoci la preistoria. La nostra società si fonda sul maschilismo, studiando l'ottocento inglese e americano (per il mio saggio), noi donne, dovremmo prendere gli uomini e lanciarli dalla finestra. Sciaguratamente da una parte abbiamo donne stizzite - per utilizzare un eufemismo -, dall'altra signore che non hanno la minima idea di cosa sia accaduto in questi ultimi duemila anni, dall'altra ancora persone che si crogiolano nell'ignoranza. La via di mezzo? Mai!
Ecco, a me piace uscire dagli schemi, o meglio ci esco senza che me ne accorga. Non riesco a fare di tutta l'erba un fascio, rimanendo in tema, considero Ezra Pound un grande poeta.
Divido sempre la storia dalla spiritualità, l'artista dall'uomo, il genio dall'essere umano, altrimenti dovrei rinnegare la maggior parte degli scrittori, attori, registi, cantanti, pittori, scultori e quant'altro. 
Trovo le scoperte dell'archeologa Marija Gimbutas eccezionali! Credo che qualsiasi ricerca vada letta, recuperata, commentata, discussa. Ovvio non è facile! Non lo è per me (ripeto non sono una studiosa, né un'intellettuale, ahimè), non mi tuffo in ogni parola trasmessa dall'archeologa. Parliamoci chiaro, in questi anni, nei musei e nei siti archeologici, di rado mi sono scontrata con la visione "matriarcale". 
A me non piace, ma ne capisco l'esigenza, che le scoperte vengano deprezzate a scapito di bandiere e posizioni. Ho un grande rispetto, GRANDE, per le/gli studiose/i.
Non amo neppure la parola "matriarcato", perché sembra imporsi, e sostituirsi, al patriarcato. 
Le ragazzine, ma anche molte signore della mia età, pensano che "femminismo" sia una parolaccia, e questo ci dovrebbe far pensare.
Gimbutas scopre, attraverso ritrovamenti archeologici e non con tesi campate in aria, che inizialmente si venerava una DEA e non un DIO. 
Vi dicono qualcosa le "veneri" paleolitiche? 
Sappiamo, ce lo dicono a scuola, che la preistoria è quel periodo temporale che precede la scrittura, va circa da 2.5 milioni di anni fa al quarto millennio a.C.. Da quando sono nate le cosiddette civiltà il mondo non ha mai avuto un giorno di pace, ora, per farla breve, sembrerebbe che prima della nascita della scrittura, esistesse un popolo pacifico, in cui la Dea, la Grande Madre, fosse la divinità principale, se non l'unica divinità. Non so, seppure mi stia simpatico Giacobbo e mi dilettano le teorie del complotto, perché questa scoperta dovrebbe cambiare il nostro modo di pensare, ma tant'è.
Le veneri paleolitiche sono state ritrovate in Francia, Germania, Italia, Russia, Marocco, Svizzera, Slovacchia, Israele... ed emanano un fascino non indifferente. Almeno a me.
La più antica risale a 300.000 anni fa. In rete, su Facebook, ho provato a pubblicizzare un favoloso documento/documentario di Herzog (Herzog fa dei documentari fantastici),  naturalmente se non scrivo la parola "DEA" non se lo fila nessuno. In parole povere, la grotta di Chauvet, chiamata così per il suo scopritore, risale ai tempi dell'uomo di Cro Magnon (paleolitico superiore, ossia 30000 anni fa circa), al suo interno ospita, oltre ai magnifici disegni, un rito di fertilità, in cui il simbolismo femminile celebra la generazione e la rinascita.
Non mi stupisco che inizialmente si credesse in una DEA, la nascita doveva apparire come qualcosa di magico, e fondamentalmente dovrebbe essere così. Oggi si sottovaluta lo straordinario, rilegandolo ad un ruolo marginale, abitudinario e sconveniente. Non vi nascondo le mie perplessità, conoscendo l'animo umano, in merito al pensiero di una CIVILTA' fondata sul sacro, sulla pace e sul rispetto nei confronti della donna.
Ancora oggi alcune ragazze, per ignoranza, tralasciano l'igiene durante le mestruazioni. Molte si vergognano a parlare del proprio ciclo, e purtroppo, ci sono ospedali, non nella mia città, che praticano il parto cesareo in modo irresponsabile, come fosse una cosa "naturale".
Detto questo, chi come me, desidera conoscere il proprio passato, non ama vedere Marija Gimbutas messa su uno scaffale "new age". Qui non si sta parlando del saggio del 1982 "Il santo Graal" di Baigent & C., ma di una storica, che guarda caso ritroviamo esclusivamente nei siti di nicchia, ghettizzata, utilizzata qua e là come spunto di riflessione... o punto di partenza. 

Provo a pubblicizzare quel qualcosa che non appartiene ad alcun schieramento (per me). Consiglio di leggere, vedere, Luciana Percovich e naturalmente di scoprire Marjia Gimbutas.

Simona

***

Questa l'ho vista in Giordania e non so esattamente se sia una Dea, ma ci si avvicina parecchio. Le altre sono a Vienna, l'ultima la stanno ancora studiando.







"... Fino ad oggi la "Venere" preistorica rimane un mistero. Perché è così mostruosa? Perché è steatopigia (presenta cioè natiche pronunciate) e ha enormi seni che pendono sul ventre altrettanto enorme? Perché in molte raffigurazioni non ha una testa umana, ma soltanto un collo di serpente? Perché i posteriori a mo' di uccello? (...)  All'incirca nell'arco degli ultimi cento anni è stato scoperto un migliaio di incisioni,  bassorilievi e sculture di immagini femminili provenienti dal Paleolitico, che datano all'incirca dal 33000 al 9000 a.C. Le più antiche sono incisioni di vulve dell'epoca Aurignaziana, e le più antiche "Veneri" provengono dal periodo Gravettiano orientale dell'Europa centrale, che data fra il 27000 e il 26000 a.C. Immagini femminili sono state ritrovate in un territorio che si estende per circa 3000 km tra i Pirenei a occidente e la Siberia a oriente. In Europa, la maggior parte di esse è stata ritrovata in Francia, Germania, Cecoslovacchia, Italia e Ucraina. L'uso di scolpire o di fare incisioni del corpo femminile o di parti di esso come la vulva, i seni e le natiche, non si arrestò alla fine del Paleolitico, ma si protrasse nel Neolitico e oltre, e ancora sopravvive in forma alterata in certi graffiti..." 

Marija Gimbutas

Da "I nomi della Dea" di Joseph Campbell, Riane Eisler, Marija Gimbutas, Charles Musès - Ubaldini editore - Roma - 1991-1992

"... L'uomo di Cro-Magnon non era un bruto, ma un individuo pensante ed emotivo come noi, il quale aveva un sentimento religioso ed un gusto dell'arte altrettanto forti come noi. Se la cultura megdaleniana fosse continuata ininterrotta fino a noi, l'Europa senza dubbio sarebbe civilizzata molto prima di quanto avvenne..."

L'uomo preistorico di James Collier - 1974 

* Se vi capita, c'entra poco con l'argomento, consiglio di andare al Parco Archeologico del Forcello (MN), lì troverete persone pronte a raccontarvi la storia del territorio. 



A me non interessano le vostre scelte spirituali, religiose, filosofiche. Non vi addito, mai l'ho fatto, se credete nella luna piuttosto che nel sole, se leggete i sassi, pregate in chiesa piuttosto che in un tempio. Non mi accaloro scoprendo che suonate le piume, le pentole o l'arpa, ma sogno un mondo, sono una visionaria lo so, in cui si tramandino le scoperte, separando l'oggettività dalla soggettività. 

Simona


*** 

Aggiornamento 20/11/17


Quando si fa storia in ambito accademico l’onere della prova costringe a districarsi tra i se e i forse, le fonti materiali (primarie) vanno “fatte parlare” e le interpretazioni per forza di cose non sono univoche; le fonti scritte (secondarie) possono essere scarse e arrivare da una sola parte, il ché non le rende necessariamente false ma suscettibili a loro volta di interpretazioni. Gli studiosi non accademici, anche quando dichiarano di fare l’opposto, hanno il vantaggio di poter forzare la mano all’occorrenza, magari non se ne accorgono perché non conoscono tutte le regole “scientifiche” del “fare” storia, magari è sapiente uso della retorica o condizionamento ideologico, ma certo il risultato può essere più simpatico, gradevole, e rivolgersi ad un pubblico che al massimo confronterà la veridicità di ciò che dici con altri testi non specialistici rende il compito assai più semplice. Può capitare anche in ambito accademico di “forzare la mano”, ma di solito non viene perdonato.
Non tutti gli studiosi condividono la stessa interpretazione, alcuni caposcuola hanno più seguito di altri in certi periodi, poi magari nel decennio successivo cambia il vento. Le tesi cosiddette dominanti variano da continente a continente, da stato a stato, a volte da università ad università. Può succedere che uno studioso appartenente ad una corrente minoritaria all’interno di un ateneo abbia un vasto seguito perché particolarmente efficace nel divulgare la teoria o perché lì trova terreno fertile per farlo, ma difficilmente un autore che offre anche solo qualche spunto verrà dimenticato. 
Per anni la Sapienza ha “ignorato” Eliade, fenomenologo e storico delle religioni, perché “fascista”, ciò non vuol dire che non sia stato per decenni il “caposcuola” della materia negli USA o che gli studenti e gli studiosi della Sapienza non lo conoscessero e non leggessero i suoi libri nonostante non fosse nei programmi d’esame. Oggi il vento ha cambiato totalmente direzione e mentre capita di trovare Eliade negli esami in Sapienza ormai da anni, gli americani si sono stufati di lui e hanno iniziato a guardare alle teorie europee che avevano tralasciato. Chiaramente si tratta di una nicchia, la storia delle religioni (o religioni comparate come mi pare la chiamino negli USA) in cui i “seguaci” di Eliade saranno una nicchia ancora più piccola, ma ciò non significa che non lo conoscano anche tutti gli altri della nicchia più grande e pure di quelle contigue.
Mi è capitato di trovare citata la Gimbutas e al peggio ciò che si diceva nel testo era che probabilmente il matriarcato così come da lei teorizzato non era mai esistito, questo non significa buttarne dalla finestra l’intero lavoro, far finta che la teoria non sia mai esistita o condannarla, né che in altri testi (parlo sempre a livello accademico) anche recenti non siano invece recuperate le sue teorie (mi viene in mente “Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa” di Villar, se non erro del ‘94 ma ancora il miglior testo - accademico - in circolazione sugli indoeuropei). 
Di solito un singolo viene trattato monograficamente se è un “grande” o se qualche studioso si innamora di lui/lei al punto di farne l’oggetto della propria tesi di dottorato e magari della sua successiva ricerca (ma chi se le fila le tesi di dottorato fuori dalle università?), per il resto è più probabile che venga citato insieme ad altri per supportare o contestare una nuova teoria o per tracciare una storia degli studi. Questo non è necessariamente perché si tratta di una donna, a volte un “autore minore” è tale perché le sue tesi non sono potute andare oltre, per “insufficienza di prove”, lo stadio di teorie.

La storiografia è piena di studiosi maschi lasciati da parte per questa stessa ragione, ma anche di ex “grandi” che ormai vengono studiati quasi solo per il loro “valore erudito”, perché considerati “superati” (espressione che detesto, ma tant’è). Se chiedessimo agli antropologi di oggi, anche ai giovanissimi, in quanti abbiano scelto questo mestiere dopo aver letto “Il ramo d’oro” probabilmente la risposta sarebbe “tutti”, ma ormai nelle università Frazer e gli antropologi vittoriani in genere vengono studiati di passaggio e per “gusto archeologico”. Nessuno - accademicamente parlando - crede più che l’animismo sia la religione primordiale, perché in seguito sono stati scoperti popoli e luoghi in cui non c’era mai stato uno stadio animistico o dove non è dimostrabile che ci sia stato; nessuno si fida più dei suoi esempi, presi da scritti di viaggiatori, esploratori, naviganti e missionari con assenza di criterio e sguardo eurocentrico e razzista (o se preferiamo con “evoluzionismo culturale”), da lui decontestualizzati, arbitrariamente interpretati e in base alle sue interpretazioni accostati tra loro in barba alle epoche e alle distanze geografiche. Questo non significa che oggi gli studiosi non usino più il “metodo comparativo”, solo che non è più il “comparativismo selvaggio alla vittoriana” di Frazer e Tylor. Non significa neppure che gli studiosi e gli studenti non li leggano, conoscano e apprezzino per ciò che rappresentano.
Il fatto che la Gimbutas non abbia un corso monografico dedicato ai suoi scritti in ogni facoltà di Lettere e filosofia non significa che sia sconosciuta o ostracizzata perché donna, certo la conosceranno solo gli addetti ai lavori e quelli che sono “inciampati” volontariamente o involontariamente negli studi sull’Ancient Europe (cioè l’Europa pre-indoeuropea), ognuno avrà la sua opinione in merito alle sue teorie, qualcuno la seguirà, altri no, probabilmente si scanneranno su chi ha ragione e chi ha torto (ma cos’è la ricerca senza il gusto per la polemica?) ma è anche normale quando ci si occupa di qualcosa di tanto specifico e capita anche agli autori maschi che vengono trattati insieme a lei e allo stesso modo. Essere citati come spunto è già molto per tanti autori.
In generale, comunque, le università non sono immuni alle correnti femministe, mi capita continuamente di sentire ragazze che prendono tesi con argomenti dichiaratamente femministi in storia, storia dell’arte e altre materie umanistiche, a volte secondo me esagerando, come quella docente che teneva un corso sulle petrarchiste pur ammettendo che i petrarchisti uomini erano migliori perché “bisogna conoscere anche la poesia femminile”, sì ma se ne vale la pena, invece di studiare i poeti “migliori” gli studenti devono studiare i più mediocri solo perché erano donne? Forse se nessuno finora le ha mai trattate in un corso universitario è perché non ne valeva la pena.
Da noi una docente teneva un corso sulla Wicca ormai dieci anni fa, ma fuori dall’università quante volte all’epoca sentivo dire che “gli esperti non ne parlano”. Se l’argomento interessa, frugando nei programmi dei vari atenei è possibile trovare anche la bibliografia di riferimento per questo genere di argomenti, a me è capitato persino di trovare un programma di filologia celtica (mi pare dell’Università di Padova) che prima o poi mi procurerò perché sono curiosa di vedere quanto materiale ci sia effettivamente. Bisogna però essere anche preparati al “colpo al cuore” che ciò che interessa a noi non sia di moda in quel momento o che sia addirittura “schifato” dai più.

Nel mio ambito io sono “fan” di Brelich (un uomo), che in questo momento non gode di gran successo tra gli studenti mentre per (mia) fortuna i docenti continuano a proporlo. Eliade (uomo anche lui) invece riscuote gran successo, a me non sta simpaticissimo, ma questo non significa che non abbia studiato “Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi”, ancora oggi la più importante monografia dedicata allo sciamanesimo a tutto tondo che è fondamentale conoscere se - in ambito accademico - si vuole anche solo iniziare a parlare di sciamanesimo, sennò pure quelli a cui non piace molto Eliade (come me) nemmeno ti ascoltano, perché ti mancano le famose “basi”. Se i gusti tra gli studenti di oggi rispecchieranno quelli della prossima generazione di accademici alla Sapienza si insegnerà quasi solo Eliade e Brelich lo conoscerà solo qualcuno. Perché le “normali” e consuete dinamiche che riguardano studiosi e materie varie devono diventare un fatto di genere quando si tratta di donne? 
Se fuori dal mondo accademico o anche solo fuori dal corridoio del mio dipartimento nessuno sa chi siano Eliade, Brelich, Pettazzoni, Simonetti e Sabbatucci (Dario, non Giovanni), e cito solo la generazione ultra-geriatrica, è normale e lo è anche tra i cosiddetti appassionati di religioni che saranno poi pronti a dire che “in Italia non si parla di...”. Al massimo posso notare che all’epoca scarseggiavano le studiose e sicuramente era per motivi culturali, ma questo non vale più per i decenni successivi. Anche di studi di demologia (o folklore) l’Italia è piena, perché ci fu una grossa crisi dell’antropologia culturale dopo la caduta del Fascio a causa della connivenza degli antropologi col regime, così gli studi antropologici vennero in gran parte abbandonati o lasciati nell’ombra, mentre medici, professori di liceo e ogni sorta di eruditi si prodigavano per raccogliere quante più informazioni possibili sul “mondo rurale” che avevano la giusta impressione stesse scomparendo sotto i loro occhi. Il nostro antropologo più importante, Ernesto De Martino, compiva le sue spedizioni sul campo nel sud d’Italia come fosse un paese esotico, in anni in cui non c’erano altro che masse analfabete di contadini ferme al Medioevo, che praticavano forme sincretiche di cristianesimo e paganesimo e quasi tutta la sua produzione accademica verte su di loro. Ma quanti di quelli che dicono “in Italia non si parla di...” hanno letto “Sud e magia” o qualsiasi altro suo testo?
Sono d'accordo col fatto che la scuola e l’insegnamento pre-universitario avrebbero bisogno di essere riformati e i docenti dovrebbero essere più appassionati (ma spesso manco è colpa loro), ma la storia non mi pare messa così male solo perché nel capitolo (già sbrigativo perché accorpa molte informazioni) sulla preistoria non si spiega la Gimbutas. Sono tantissimi gli argomenti di cui non si fa in tempo a parlare alle superiori, perché "secondari" o perché di "nicchia", per questo in tutte le materie ci sono studenti che si sentono mossi a cercarsi da sé degli spunti che vadano oltre il programma scolastico, a volte, se sono fortunati, stimolati da un bravo docente. La curiosità che li muove verso l’approfondimento e la ricerca è quel che ne farà degli studiosi (accademici o meno), mentre gli altri prenderanno altre strade.


Silvia

http://quiet-maelstrom.blogspot.it/