lunedì 20 novembre 2017

Tra campagne, colli e montagne


Il recupero

Grazie a Silvia, ho deciso di creare una nuova "rubrica". Ogni volta aprirò un post con una poesia, frase, personaggio antico... Il recupero ha senso se lascio libero spazio alla ricerca.



Questa signora è Jane Margaret Cameron (1815-1879), fotografa inglese, esponente del pittoricismo.

A me piace Jane per due motivi: è diventata fotografa all'età di 48 anni;  ha creato una "tecnica" tutta sua, fregandosene altamente dei principi della fotografia.
Come vi direbbe Silvia, un bravo pittore prima di dipingere "male" deve saper dipingere bene.






L'ago e il focolare?



Borsa appartenuta a mia nonna. Anni trenta del novecento. Mia nonna era una contadina veneta, che finì in fabbrica tra i bachi da seta. Mia nonna lavorava.


Quando cammino tra gli alberi, mi slego completamente dalla realtà, stessa cosa accade quando, guardando fuori dal finestrino dell'auto, mi domando come doveva essere il mondo.  Una parte di me smette di respirare, rimane in ascolto. Perfino ieri, mentre camminavo con mio marito, col vento che ci schiaffeggiava la faccia, cercavo di captare, registrare qualsiasi rumore, canto, silenzio. Mi piace recuperare pezzetti di folclore. 
La mia famiglia non mi ha lasciato molto, parlo di racconti, leggende, tradizioni. Non ho storia. Perfino le rocce erose dal mare hanno più cose da raccontare. Attenzione, non rifaccio gli stessi gesti del passato, molti sono anacronistici, ortodossi e "fuori luogo". Del maiale non si buttava via nulla, questo non significa che dobbiamo mangiarlo, ma che c'era un certo "rispetto" delle regole, chiamatele comportamentali. Per assurdo l'uomo moderno è convinto che "un tempo si viveva meglio", che i valori fossero migliori. Il recupero delle tradizioni è una sorta di "cerca". Non sta a me dire quale sfumatura cogliere. Tuttavia, mi limiterò a descrivere esclusivamente, o quasi, il lato positivo. Il rovescio della medaglia non mi compete.

Durante il quilting bee le americane del XVIII secolo si riunivano per scambiarsi trucchi, pareri, tecniche e disegni sull'arte del "trapuntare". Le chiesette talvolta permettevano di ospitare una dozzina di donne. Uno dei requisiti importanti era saper utilizzare alla perfezione l'ago. Mentre gli uomini erano intenti a lavorare o a giocare con i ferri di cavallo, le donne spettegolavano tra disegni acrobatici e fili colorati. La festa si concludeva con l'arrivo degli uomini, con canti, musica e balli.
La trama della trapunta chiamata "Log Cabin" (casetta di legno) è uno dei modelli più conosciuti. Spesso si pensa che la sua origine derivi dai primi pionieri arrivati negli Stati Uniti, tuttavia sembra che tra le mummie egiziane e in una trapunta inglese siano stati trovati disegni simili.
La "Log Cabin" fa la sua apparizione negli anni '60 dell'ottocento, durante la Guerra Civile Americana. Spesso viene identificata con lo spirito dei primi pionieri.

Qui, nel Veneto, il "Filò" era una consuetudine del mondo rurale. Presumibilmente nasce dal verbo "filare", ossia del lavoro che le donne praticavano nelle stalle. Gli incontri serali, nel periodo più freddo dell'anno, avvenivano per stare al caldo, con il passare del tempo, le persone si riunivano per fare piccoli lavori a mano, per recitare il rosario, per parlare e spettegolare. Fare "filò" voleva dire trascorrere del tempo con i propri vicini, tra gruppetti di persone, per custodire e tramandare tradizioni.
Si sopportava l'aria, talvolta malsana, di vacche e maiali, pur di stare al caldo, anche perché era un momento sociale, a cui non ci si poteva, voleva, sottrarre. Mentre i bambini dormivano, le donne e gli uomini si davano appuntamento in stalla. Nelle sere più buie, tra ferri, matasse, lana, fili, gerle, scope, rastrelli si accendeva il mondo.

Quello che rimane del passato


Quilting, punta spilli fatti a cuore - a mano -, cosucce in pasta di sale, gesso e das
Non sono quella che si dice "brava" con le mani, amo le cose altrui. Tutto quello che faccio, e mio marito è uguale a me, è per "archeologia". Entrambi compriamo materiale per carpirne il segreto, quindi non stupitevi se un giorno vi faccio vedere una biglia di vetro fatta in casa. Noi siamo quelli del "ho capito, ho capito!" e dei video su Youtube, dei manuali, tanti, del faidate. Iniziamo un lavoro, ne pensiamo subito un altro; siamo curiosi e ci annoiamo facilmente. Sarà per questo che ero brava nel mio lavoro, se fossi stata una contabile "registra fatture" sarei finita sotto ad un ponte. Ed è uno dei motivi per il quale non sono andata avanti con gli studi, sì, vabbeh, lavoravo tanto...


Questo è un diario fatto a mano di Marta Anzolla - http://www.emozioniinpatchwork.com/

All'ombra della religione - Lessinia 


Santini anni venti e trenta di famiglia - alcuni -
Non sono "religiosa", naturalmente non mi ritengo cattolica, ciò nonostante, invecchiando (ho solo 45 anni) sono diventata saggia, e oggi so che la brava gente è sempre esistita. Credere in qualcosa fa parte della nostra natura,  un tempo era l'essenza stessa della vita. Se si riuscisse a fare un'analisi oggettiva, potremmo, senza tanti preamboli e scusanti, esclamare che senza guerre, religioni e figliate oggi non avremmo computer, cellulari e navi spaziali. Il concetto è così ampio che spesso ci riduciamo a dire "un tempo si viveva meglio". Allora mi scoccio... e l'idea romantica la faccio mia, e guardando i santini e le lettere degli anni venti, trenta, quaranta e cinquanta del novecento mi commuovo. E comprendo che "è tutta vita".






Lassù


Quando cammino nei boschi, tra gli alberi, al tramonto, non riesco a non pensare a come doveva essere il mondo. Questa è la mia spiritualità, ma voi chiamatela pure Lagom, Higge o "amore per le piccole, grandi, cose". E se sono riuscita a trasmettere ad una sola persona il senso di "quiete", per me è già tanto.

Il rosso di alcune foto è naturale (tramonto).






mercoledì 15 novembre 2017

Preistoria

Non sposo le tesi di nessuno, questa posizione, che talvolta mi rende sgradevole al gruppo, è ben radicata nelle mie ossa.

Spesso mi sono ritrovata nella situazione di apparire come una persona contraddittoria, ma chi non lo è?
Ho sempre pensato, nella mia testa, che spiritualità fosse sinonimo di "natura", ed è per questo che, da anni, cerco di capirne le sfumature.
Tuttavia non posso negare il mio interesse verso l'archeologia e la preistoria. 
Avrei voluto fare l'antropologa, anche se preferisco il vocabolo "folclorista". Non ho quella spinta, richiamo, che mi fa dire "questa è la mia posizione", "questa è la mia religione o filosofia di vita". Sono quella che sono, figlia di un'epoca con le sue luci e le sue ombre. 
L'altro giorno ho visto una conferenza su YouTube di Luciana Percovich, e ho pensato: "Queste sono le cose che piacciono a me!".
Innanzitutto, senza togliere niente a nessuno, non mi sono annoiata.
Potrei risultare antipatica, e già lo sono di mio, nell'aver utilizzato il vocabolo noia, purtroppo, sebbene non sia una "studiata", trovo che questa società si fondi sul nulla.
Negli ultimi anni ho trovato più divertenti i ghost hunters che alcuni acerrimi ricercatori
Spesso gli archeologi li incontri nei musei, pronti a condividere con te i loro studi e, talvolta, le loro frustrazioni. E' un peccato, ormai mi ripeto, che i musei siano poco visitati, e non parlo di quelli delle grandi città*.
Luciana Percovich è una donna gentile, lo si evince dal tono di voce. Trasmette bellezza e passione, una di quelle cose che pochi conoscono e che tanti scambiano per arroganza. 
Vi lascio un link e naturalmente, per chi non la conoscesse, il video.




Sul web, in alcune conferenze, nei video e documentari, inciampo spesso sulla frase: "A scuola non si insegnano le prime raffigurazioni delle divinità femminili...". Vorrei precisare che a scuola a malapena si fa la storia, figuriamoci la preistoria. La nostra società si fonda sul maschilismo, studiando l'ottocento inglese e americano (per il mio saggio), noi donne, dovremmo prendere gli uomini e lanciarli dalla finestra. Sciaguratamente da una parte abbiamo donne stizzite - per utilizzare un eufemismo -, dall'altra signore che non hanno la minima idea di cosa sia accaduto in questi ultimi duemila anni, dall'altra ancora persone che si crogiolano nell'ignoranza. La via di mezzo? Mai!
Ecco, a me piace uscire dagli schemi, o meglio ci esco senza che me ne accorga. Non riesco a fare di tutta l'erba un fascio, rimanendo in tema, considero Ezra Pound un grande poeta.
Divido sempre la storia dalla spiritualità, l'artista dall'uomo, il genio dall'essere umano, altrimenti dovrei rinnegare la maggior parte degli scrittori, attori, registi, cantanti, pittori, scultori e quant'altro. 
Trovo le scoperte dell'archeologa Marija Gimbutas eccezionali! Credo che qualsiasi ricerca vada letta, recuperata, commentata, discussa. Ovvio non è facile! Non lo è per me (ripeto non sono una studiosa, né un'intellettuale, ahimè), non mi tuffo in ogni parola trasmessa dall'archeologa. Parliamoci chiaro, in questi anni, nei musei e nei siti archeologici, di rado mi sono scontrata con la visione "matriarcale". 
A me non piace, ma ne capisco l'esigenza, che le scoperte vengano deprezzate a scapito di bandiere e posizioni. Ho un grande rispetto, GRANDE, per le/gli studiose/i.
Non amo neppure la parola "matriarcato", perché sembra imporsi, e sostituirsi, al patriarcato. 
Le ragazzine, ma anche molte signore della mia età, pensano che "femminismo" sia una parolaccia, e questo ci dovrebbe far pensare.
Gimbutas scopre, attraverso ritrovamenti archeologici e non con tesi campate in aria, che inizialmente si venerava una DEA e non un DIO. 
Vi dicono qualcosa le "veneri" paleolitiche? 
Sappiamo, ce lo dicono a scuola, che la preistoria è quel periodo temporale che precede la scrittura, va circa da 2.5 milioni di anni fa al quarto millennio a.C.. Da quando sono nate le cosiddette civiltà il mondo non ha mai avuto un giorno di pace, ora, per farla breve, sembrerebbe che prima della nascita della scrittura, esistesse un popolo pacifico, in cui la Dea, la Grande Madre, fosse la divinità principale, se non l'unica divinità. Non so, seppure mi stia simpatico Giacobbo e mi dilettano le teorie del complotto, perché questa scoperta dovrebbe cambiare il nostro modo di pensare, ma tant'è.
Le veneri paleolitiche sono state ritrovate in Francia, Germania, Italia, Russia, Marocco, Svizzera, Slovacchia, Israele... ed emanano un fascino non indifferente. Almeno a me.
La più antica risale a 300.000 anni fa. In rete, su Facebook, ho provato a pubblicizzare un favoloso documento/documentario di Herzog (Herzog fa dei documentari fantastici),  naturalmente se non scrivo la parola "DEA" non se lo fila nessuno. In parole povere, la grotta di Chauvet, chiamata così per il suo scopritore, risale ai tempi dell'uomo di Cro Magnon (paleolitico superiore, ossia 30000 anni fa circa), al suo interno ospita, oltre ai magnifici disegni, un rito di fertilità, in cui il simbolismo femminile celebra la generazione e la rinascita.
Non mi stupisco che inizialmente si credesse in una DEA, la nascita doveva apparire come qualcosa di magico, e fondamentalmente dovrebbe essere così. Oggi si sottovaluta lo straordinario, rilegandolo ad un ruolo marginale, abitudinario e sconveniente. Non vi nascondo le mie perplessità, conoscendo l'animo umano, in merito al pensiero di una CIVILTA' fondata sul sacro, sulla pace e sul rispetto nei confronti della donna.
Ancora oggi alcune ragazze, per ignoranza, tralasciano l'igiene durante le mestruazioni. Molte si vergognano a parlare del proprio ciclo, e purtroppo, ci sono ospedali, non nella mia città, che praticano il parto cesareo in modo irresponsabile, come fosse una cosa "naturale".
Detto questo, chi come me, desidera conoscere il proprio passato, non ama vedere Marija Gimbutas messa su uno scaffale "new age". Qui non si sta parlando del saggio del 1982 "Il santo Graal" di Baigent & C., ma di una storica, che guarda caso ritroviamo esclusivamente nei siti di nicchia, ghettizzata, utilizzata qua e là come spunto di riflessione... o punto di partenza. 

Provo a pubblicizzare quel qualcosa che non appartiene ad alcun schieramento (per me). Consiglio di leggere, vedere, Luciana Percovich e naturalmente di scoprire Marjia Gimbutas.

Simona

***

Questa l'ho vista in Giordania e non so esattamente se sia una Dea, ma ci si avvicina parecchio. Le altre sono a Vienna, l'ultima la stanno ancora studiando.







"... Fino ad oggi la "Venere" preistorica rimane un mistero. Perché è così mostruosa? Perché è steatopigia (presenta cioè natiche pronunciate) e ha enormi seni che pendono sul ventre altrettanto enorme? Perché in molte raffigurazioni non ha una testa umana, ma soltanto un collo di serpente? Perché i posteriori a mo' di uccello? (...)  All'incirca nell'arco degli ultimi cento anni è stato scoperto un migliaio di incisioni,  bassorilievi e sculture di immagini femminili provenienti dal Paleolitico, che datano all'incirca dal 33000 al 9000 a.C. Le più antiche sono incisioni di vulve dell'epoca Aurignaziana, e le più antiche "Veneri" provengono dal periodo Gravettiano orientale dell'Europa centrale, che data fra il 27000 e il 26000 a.C. Immagini femminili sono state ritrovate in un territorio che si estende per circa 3000 km tra i Pirenei a occidente e la Siberia a oriente. In Europa, la maggior parte di esse è stata ritrovata in Francia, Germania, Cecoslovacchia, Italia e Ucraina. L'uso di scolpire o di fare incisioni del corpo femminile o di parti di esso come la vulva, i seni e le natiche, non si arrestò alla fine del Paleolitico, ma si protrasse nel Neolitico e oltre, e ancora sopravvive in forma alterata in certi graffiti..." 

Marija Gimbutas

Da "I nomi della Dea" di Joseph Campbell, Riane Eisler, Marija Gimbutas, Charles Musès - Ubaldini editore - Roma - 1991-1992

"... L'uomo di Cro-Magnon non era un bruto, ma un individuo pensante ed emotivo come noi, il quale aveva un sentimento religioso ed un gusto dell'arte altrettanto forti come noi. Se la cultura megdaleniana fosse continuata ininterrotta fino a noi, l'Europa senza dubbio sarebbe civilizzata molto prima di quanto avvenne..."

L'uomo preistorico di James Collier - 1974 

* Se vi capita, c'entra poco con l'argomento, consiglio di andare al Parco Archeologico del Forcello (MN), lì troverete persone pronte a raccontarvi la storia del territorio. 



A me non interessano le vostre scelte spirituali, religiose, filosofiche. Non vi addito, mai l'ho fatto, se credete nella luna piuttosto che nel sole, se leggete i sassi, pregate in chiesa piuttosto che in un tempio. Non mi accaloro scoprendo che suonate le piume, le pentole o l'arpa, ma sogno un mondo, sono una visionaria lo so, in cui si tramandino le scoperte, separando l'oggettività dalla soggettività. 

Simona


*** 

Aggiornamento 20/11/17


Quando si fa storia in ambito accademico l’onere della prova costringe a districarsi tra i se e i forse, le fonti materiali (primarie) vanno “fatte parlare” e le interpretazioni per forza di cose non sono univoche; le fonti scritte (secondarie) possono essere scarse e arrivare da una sola parte, il ché non le rende necessariamente false ma suscettibili a loro volta di interpretazioni. Gli studiosi non accademici, anche quando dichiarano di fare l’opposto, hanno il vantaggio di poter forzare la mano all’occorrenza, magari non se ne accorgono perché non conoscono tutte le regole “scientifiche” del “fare” storia, magari è sapiente uso della retorica o condizionamento ideologico, ma certo il risultato può essere più simpatico, gradevole, e rivolgersi ad un pubblico che al massimo confronterà la veridicità di ciò che dici con altri testi non specialistici rende il compito assai più semplice. Può capitare anche in ambito accademico di “forzare la mano”, ma di solito non viene perdonato.
Non tutti gli studiosi condividono la stessa interpretazione, alcuni caposcuola hanno più seguito di altri in certi periodi, poi magari nel decennio successivo cambia il vento. Le tesi cosiddette dominanti variano da continente a continente, da stato a stato, a volte da università ad università. Può succedere che uno studioso appartenente ad una corrente minoritaria all’interno di un ateneo abbia un vasto seguito perché particolarmente efficace nel divulgare la teoria o perché lì trova terreno fertile per farlo, ma difficilmente un autore che offre anche solo qualche spunto verrà dimenticato. 
Per anni la Sapienza ha “ignorato” Eliade, fenomenologo e storico delle religioni, perché “fascista”, ciò non vuol dire che non sia stato per decenni il “caposcuola” della materia negli USA o che gli studenti e gli studiosi della Sapienza non lo conoscessero e non leggessero i suoi libri nonostante non fosse nei programmi d’esame. Oggi il vento ha cambiato totalmente direzione e mentre capita di trovare Eliade negli esami in Sapienza ormai da anni, gli americani si sono stufati di lui e hanno iniziato a guardare alle teorie europee che avevano tralasciato. Chiaramente si tratta di una nicchia, la storia delle religioni (o religioni comparate come mi pare la chiamino negli USA) in cui i “seguaci” di Eliade saranno una nicchia ancora più piccola, ma ciò non significa che non lo conoscano anche tutti gli altri della nicchia più grande e pure di quelle contigue.
Mi è capitato di trovare citata la Gimbutas e al peggio ciò che si diceva nel testo era che probabilmente il matriarcato così come da lei teorizzato non era mai esistito, questo non significa buttarne dalla finestra l’intero lavoro, far finta che la teoria non sia mai esistita o condannarla, né che in altri testi (parlo sempre a livello accademico) anche recenti non siano invece recuperate le sue teorie (mi viene in mente “Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa” di Villar, se non erro del ‘94 ma ancora il miglior testo - accademico - in circolazione sugli indoeuropei). 
Di solito un singolo viene trattato monograficamente se è un “grande” o se qualche studioso si innamora di lui/lei al punto di farne l’oggetto della propria tesi di dottorato e magari della sua successiva ricerca (ma chi se le fila le tesi di dottorato fuori dalle università?), per il resto è più probabile che venga citato insieme ad altri per supportare o contestare una nuova teoria o per tracciare una storia degli studi. Questo non è necessariamente perché si tratta di una donna, a volte un “autore minore” è tale perché le sue tesi non sono potute andare oltre, per “insufficienza di prove”, lo stadio di teorie.

La storiografia è piena di studiosi maschi lasciati da parte per questa stessa ragione, ma anche di ex “grandi” che ormai vengono studiati quasi solo per il loro “valore erudito”, perché considerati “superati” (espressione che detesto, ma tant’è). Se chiedessimo agli antropologi di oggi, anche ai giovanissimi, in quanti abbiano scelto questo mestiere dopo aver letto “Il ramo d’oro” probabilmente la risposta sarebbe “tutti”, ma ormai nelle università Frazer e gli antropologi vittoriani in genere vengono studiati di passaggio e per “gusto archeologico”. Nessuno - accademicamente parlando - crede più che l’animismo sia la religione primordiale, perché in seguito sono stati scoperti popoli e luoghi in cui non c’era mai stato uno stadio animistico o dove non è dimostrabile che ci sia stato; nessuno si fida più dei suoi esempi, presi da scritti di viaggiatori, esploratori, naviganti e missionari con assenza di criterio e sguardo eurocentrico e razzista (o se preferiamo con “evoluzionismo culturale”), da lui decontestualizzati, arbitrariamente interpretati e in base alle sue interpretazioni accostati tra loro in barba alle epoche e alle distanze geografiche. Questo non significa che oggi gli studiosi non usino più il “metodo comparativo”, solo che non è più il “comparativismo selvaggio alla vittoriana” di Frazer e Tylor. Non significa neppure che gli studiosi e gli studenti non li leggano, conoscano e apprezzino per ciò che rappresentano.
Il fatto che la Gimbutas non abbia un corso monografico dedicato ai suoi scritti in ogni facoltà di Lettere e filosofia non significa che sia sconosciuta o ostracizzata perché donna, certo la conosceranno solo gli addetti ai lavori e quelli che sono “inciampati” volontariamente o involontariamente negli studi sull’Ancient Europe (cioè l’Europa pre-indoeuropea), ognuno avrà la sua opinione in merito alle sue teorie, qualcuno la seguirà, altri no, probabilmente si scanneranno su chi ha ragione e chi ha torto (ma cos’è la ricerca senza il gusto per la polemica?) ma è anche normale quando ci si occupa di qualcosa di tanto specifico e capita anche agli autori maschi che vengono trattati insieme a lei e allo stesso modo. Essere citati come spunto è già molto per tanti autori.
In generale, comunque, le università non sono immuni alle correnti femministe, mi capita continuamente di sentire ragazze che prendono tesi con argomenti dichiaratamente femministi in storia, storia dell’arte e altre materie umanistiche, a volte secondo me esagerando, come quella docente che teneva un corso sulle petrarchiste pur ammettendo che i petrarchisti uomini erano migliori perché “bisogna conoscere anche la poesia femminile”, sì ma se ne vale la pena, invece di studiare i poeti “migliori” gli studenti devono studiare i più mediocri solo perché erano donne? Forse se nessuno finora le ha mai trattate in un corso universitario è perché non ne valeva la pena.
Da noi una docente teneva un corso sulla Wicca ormai dieci anni fa, ma fuori dall’università quante volte all’epoca sentivo dire che “gli esperti non ne parlano”. Se l’argomento interessa, frugando nei programmi dei vari atenei è possibile trovare anche la bibliografia di riferimento per questo genere di argomenti, a me è capitato persino di trovare un programma di filologia celtica (mi pare dell’Università di Padova) che prima o poi mi procurerò perché sono curiosa di vedere quanto materiale ci sia effettivamente. Bisogna però essere anche preparati al “colpo al cuore” che ciò che interessa a noi non sia di moda in quel momento o che sia addirittura “schifato” dai più.

Nel mio ambito io sono “fan” di Brelich (un uomo), che in questo momento non gode di gran successo tra gli studenti mentre per (mia) fortuna i docenti continuano a proporlo. Eliade (uomo anche lui) invece riscuote gran successo, a me non sta simpaticissimo, ma questo non significa che non abbia studiato “Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi”, ancora oggi la più importante monografia dedicata allo sciamanesimo a tutto tondo che è fondamentale conoscere se - in ambito accademico - si vuole anche solo iniziare a parlare di sciamanesimo, sennò pure quelli a cui non piace molto Eliade (come me) nemmeno ti ascoltano, perché ti mancano le famose “basi”. Se i gusti tra gli studenti di oggi rispecchieranno quelli della prossima generazione di accademici alla Sapienza si insegnerà quasi solo Eliade e Brelich lo conoscerà solo qualcuno. Perché le “normali” e consuete dinamiche che riguardano studiosi e materie varie devono diventare un fatto di genere quando si tratta di donne? 
Se fuori dal mondo accademico o anche solo fuori dal corridoio del mio dipartimento nessuno sa chi siano Eliade, Brelich, Pettazzoni, Simonetti e Sabbatucci (Dario, non Giovanni), e cito solo la generazione ultra-geriatrica, è normale e lo è anche tra i cosiddetti appassionati di religioni che saranno poi pronti a dire che “in Italia non si parla di...”. Al massimo posso notare che all’epoca scarseggiavano le studiose e sicuramente era per motivi culturali, ma questo non vale più per i decenni successivi. Anche di studi di demologia (o folklore) l’Italia è piena, perché ci fu una grossa crisi dell’antropologia culturale dopo la caduta del Fascio a causa della connivenza degli antropologi col regime, così gli studi antropologici vennero in gran parte abbandonati o lasciati nell’ombra, mentre medici, professori di liceo e ogni sorta di eruditi si prodigavano per raccogliere quante più informazioni possibili sul “mondo rurale” che avevano la giusta impressione stesse scomparendo sotto i loro occhi. Il nostro antropologo più importante, Ernesto De Martino, compiva le sue spedizioni sul campo nel sud d’Italia come fosse un paese esotico, in anni in cui non c’erano altro che masse analfabete di contadini ferme al Medioevo, che praticavano forme sincretiche di cristianesimo e paganesimo e quasi tutta la sua produzione accademica verte su di loro. Ma quanti di quelli che dicono “in Italia non si parla di...” hanno letto “Sud e magia” o qualsiasi altro suo testo?
Sono d'accordo col fatto che la scuola e l’insegnamento pre-universitario avrebbero bisogno di essere riformati e i docenti dovrebbero essere più appassionati (ma spesso manco è colpa loro), ma la storia non mi pare messa così male solo perché nel capitolo (già sbrigativo perché accorpa molte informazioni) sulla preistoria non si spiega la Gimbutas. Sono tantissimi gli argomenti di cui non si fa in tempo a parlare alle superiori, perché "secondari" o perché di "nicchia", per questo in tutte le materie ci sono studenti che si sentono mossi a cercarsi da sé degli spunti che vadano oltre il programma scolastico, a volte, se sono fortunati, stimolati da un bravo docente. La curiosità che li muove verso l’approfondimento e la ricerca è quel che ne farà degli studiosi (accademici o meno), mentre gli altri prenderanno altre strade.


Silvia

http://quiet-maelstrom.blogspot.it/

martedì 7 novembre 2017

Racconto dei racconti - ingrediente segreto...

Non c'è odore più cattivo di quello emanato dalla bontà corrotta: è l'umana e divina carogna che lo produce. Se sapessi con sicurezza che un uomo sta venendo da me per farmi del bene, correrei a mettermi in salvo...

David Thoreau 

Foto di Stefano

Spiritualità quanto basta


Non so, quando si avvicina dicembre ho voglia di racconti invernali, quel tipo di fiabe che riscaldano il cuore.

Sapete tra i miei contatti, sui social, c'è chi fa la fila per incontrare soffiatori di respiro e suonatori di piume. Sebbene abbia frequentato/praticato meditazione, yoga e filosofie olistiche, non riesco a sbandierare ai quattro venti "il come e il perché". Non vorrei che mi fraintendeste, come ho spiegato altre volte, mi inchino a chi ne sa di più, prima che qualcuno "punti il dito", forse mi iscriverò ad una scuola seria di naturopatia, visto che "erboristeria" è lontana anni luce dalla mia cultura, e non parlo di erbe, bensì di chimica. Nulla è deciso. In questi giorni sui social rimbalza il termine "spiritualità", come se si potesse insegnare o imparare. Al di là dei vostri credi, non penso che ascoltare un santone, toccare una pietra o camminare su un luogo cosiddetto sacro ci migliori. Oggi ci tuffiamo sui fiori, scambiamo crocchi per zafferano, ci scattiamo una foto per dimostrare che la nostra spiritualità sia superiore.

E di osservatori di stelle, cortecce e radici ne ho incontrati ben pochi...

A Salvatore  Morfeo - L'osservatore di stelle -


Ora, vi sembrerà strano ma esisteva un piccolo pianeta, lassù tra le stelle, chiamato "Oro". Il pianeta giallo. E gli abitanti di questo antico mondo conoscevano i colori. Le loro pupille infatti vedevano oltre il rosso, oltre il blu, oltre lo spettro bianco. I fotorecettori ricostruivano alla perfezione ogni minimo dettaglio. I fiori, il mare e lo stesso cielo formavano un tripudio di pigmenti. I saggi del tempo si commuovevano dinanzi ad un sasso, nel quale si tuffavano tutte le ombre e le luci possibili. Come una tavolozza di un pittore gli illustratori tentavano di riprodurre tra ricami e tessiture la lucentezza, la bellezza, la meraviglia della natura. Gli abitanti del pianeta giallo non conoscevano i conflitti, la loro intera esistenza si concentrava nel comprendere il significato della parola "PRODIGIO".


Ora, vi sembrerà strano ma questo piccolo pianeta, chiamato "Oro", conobbe "la materia oscura", che rapì il colore e lo rinchiuse nel nucleo più profondo dell'oceano Dormiente.


Si dice che gli abitanti, presi alla sprovvista, e costretti a vivere in case grigie, dai tetti grigi, dai cieli grigi, iniziarono a sputare lingue di fuoco e a dare battaglie ai propri vicini, parenti e amici. Armi terrificanti e piani machiavellici avevano preso il sopravvento. Fu così che, in una notte di mezz'estate, il pianeta esplose, ed un piccolo minuscolo frammento cadde sulla nostra terra.


Si dice che l'oro venga dallo spazio.


Se solo potessimo vedere con gli occhi degli abitanti del pianeta giallo comprenderemmo il significato della parola "prodigio". 

Simona Emme


L'ingrediente segreto - racconto del 18/09/2011

Gnamgnam aveva 10 anni o forse più e come tutte le Creature possedeva un dono. Preparava dei dolci da leccarsi i baffi.
Ora, come ben sapete, nel libro del No ci sono le storie di tutti i risvegliati e di tutte le creature, quella di Gnamgnam è stata narrata per due, che dico, tre secoli nelle terre al di là del mare. 
I cantastorie e  le oratrici dalle orecchie pendenti, i saltapaludi e gli scribacchiasorridenti facevano a gara per raccontare di come seppe trasformare il latte in panna, di come la piccola Gnamgnam attraversò le terre d'ombra per trovare l'ingrediente Supremo.



Il suo vero nome era Ariah, l'avevano soprannominata Gnamgnam per via dei leccaleccafarfalla che portava  con sè. Aveva sì e no dieci anni quando, disubbidiendo alla madre, la grande Ardarianaah, si infilò nel grande pozzo alla ricerca delle more senza braccia. Le era stato proibito ogni torta, qualsiasi caramella e frutto zuccherino. I leccaleccafarfalla erano l'unica cosa  dolce che poteva ingoiare, per via di un'antica paura, una sorta di leggenda legata alla sua nascita. Si diceva infatti che lo zucchero le avrebbe strappato l'alito vitale.

Gnamgnam tornò dal grande pozzo con due cesti pieni di frutta selvatica e di more senza braccia; fu così che capì di non essere allergica allo zucchero.

La grande Ardarianaah scoprì l'accaduto soltanto tre mesi più tardi, quando la trovò in cucina a preparare la milleeunaluna, una torta di radici zuccherine, perle di luna, vento di bosco e oceani di spezie.


Il libro del No, come tutti i testi sacri, è scritto in una lingua arcaica e molte pagine, con esse anche le storie, sono andate perdute.

"Nu Bila Giustus fallen foglies, na Grostes Ardarianàah, Giltus ni gioste und Bila na bilast dottìr, fuair na Ariah malis ec nas dwylos intost nu coilltegaoithe. At tabl, a till gos swmpust, faoil roed cantor frastus, teg voics, eyres cortex, fætur gulrætur. A grostes borion u mielis und pearleegealac. Scanrait na Grostes Ardarianàah kircott  boniadau gos dottìr, ques facilest dywedodt ques y swgr nid oed ovimn, nal ques fre a felag grostes u zaidima und darganfyddiadau..."

"In una bella giornata di settembre, la Grande Ardarianaah, figlia di Giltus il giusto e Bila la bella, trovò la piccola Ariah con le mani immerse nel vento del bosco. Sul tavolo, un po' alla rinfusa, tutt'intorno c'erano radici parlanti, voci di fata, orecchie di corteccia, zampe di carota. Un gran guazzabuglio di dolci e perle di luna. Presa dallo spavento la Grande Ardarianaah chiese spiegazioni alla figlia, la quale prontamente rispose che lo zucchero non le era nemico, ma che anzi era un ottimo compagno di giochi e scoperte..."

Pur essendo ancora piccola, insieme alla sua balia, la Bella Argiust, si avventurò ai confini del regno conosciuto per trovare il latte delle stelle, da cui si estraeva la panna più deliziosa. Le sue ricette e i suoi miracolosi ingredienti, molti ancora segreti, facevano il giro delle corti. I saltapaludi e gli scribacchiasorridenti iniziarono così a raccogliere le gesta dei suoi straordinari viaggi. Mentre i cantastorie e le oratrici dalle orecchie pendenti cantavano nelle piazze, e nei saloni delle grandi dame, del profumo dei suoi dolci, del sapore della tortaboscodanzante e delle meraviglie del burro sposato alla crema color verderadura.

Gnamgnam stava diventando piuttosto veloce, erano le sue mani a suggerirle gli ingredienti. Scriveva tutto sulla cartapapirus e ogni volta cambiava la ricetta: farina simpatica, sguardo di drago, ali di zucca, soffio salato e veli di mandorle... Poi, un giorno, provò qualcosa in fondo allo stomaco, qualcosa che non aveva mai sentito prima. Sbirciò i suoi appunti, fissò i suoi croccantini gustosi, le sue torte nottediluna, si fermò e si sedette a fissare la finestra. Rimase lì per giorni, mentre la Grande Ardarianaah e la Bella Argiust cercarono in tutti i modi di distrarla. Gnamgnam, da quando aveva scoperto la sua dote, non si era mai fermata, nemmeno per la festa del Sapore, nemmeno quando viaggiava alla ricerca di strani ingredienti. La sua mente continuava a creare, le sue mani ad impastare, la sua vista a percorrere qualsiasi spezia o frutto capace di trasformare una torta... in magia.
Passarono altri sette mesi, quando Gnamgnam proclamò all'intera corte di voler trovare l'ingrediente Supremo.

Gnamgnam andò nel regno del miele, per farsi raccontare dal governatore in persona le arti dei cuochi di corte. Vide con i suoi occhi gli alveari e il gran libro di ricette. I giullari, le dame e i cavalieri, durante la festa di dicembre (la festa della neve, "eyra"), assaporavano: mele glassate mielose, vincotto mielato, tortagranprato, dolce cannellamielefiorito e ancora biscottini ape regina, risotto fuco impagliato e infine ricotta mille e più foglie.

Insoddisfatta dalla sua prima tappa, finì dal re e dalla regina di Theobroma per scoprire i segreti del cacao. Le mostrarono la raccolta, la fermentazione, la tostatura, la macinazione. Le raccontarono di come la luna e le maree sprigionassero miriadi di particelle capaci di colorare i chicchi in oro. Le spiegarono il gusto frizzante di un cioccolatino pepato e le donarono " il testo silente del cioccolato incompreso", meglio conosciuto come "il peccato di gola delle amadridius dell'est".

Gnamgnam incontrò nel suo viaggio il cavaliere degli scacchi nocciolati, il mangiatore di praline, la dama del fiume sanguinolento, il raccontaricette erborista, il favoloso imperatore delle mandorle, la dama dei pistacchi e il signore delle creme.

A marzo la piccola era stremata, non era riuscita a trovare l'ingrediente Supremo, quell'unico ingrediente in grado di plasmare la materia. Almeno nella sua testa. Gnamgnama e la balia, stanche e spossate, bussarono alla porta di un'umile dimora. La casa di una risvegliata, la centenaria Joanne. Chiesero di poter bere un po' di latte per tre monete d'oro, ma la vecchia le invitò ad entrare senza chiedere nulla in cambio. Joanne portò loro due bicchieri di latte e una torta ancora calda. Le nipotine di Joanne, Candy e Bab, esclamarono: "Questo è il nostro dolce preferito!". Candy e Bab avevano su per giù la stessa età di Gnamgnam, cicciotelle, quasi gemelle, con dei lunghi boccoli rossi. La Bella Argiust chiese come mai lo definissero il miglior dolce del mondo, quasi stupita dal fatto che non sapessero nulla delle favolose ricette di Gnamgnam. La nonna si scusò per l'impertinenza delle nipoti, avendo riconosciuto la piccola pasticcera, e disse: "Ogni dolce, in questa casa, ha una sua storia. Dovete sapere, che la torta al semolino è stata tramandata per generazioni dalle donne della mia famiglia. Il suo colore è quello del sole, il suo odore ricorda la terra, il suo sapore ci rimanda alle estati appena passate e a quelle che devono ancora venire. Viene impastata la sera prima e lasciata riposare sotto le sapienti mani delle stelle. Verso le quattro del mattino la fata dei campi entra in casa e soffia una filastrocca sulla futura torta. Per questo motivo le mie nipoti la amano...". Gnamgnam abbracciò Joanne e ne mangiò un'altra fetta. Nonostante le lamentele e la confusione mentale della Bella Argiust, che aveva trovato il dolce appena passabile, Gnamgnam tornò a corte proclamando la sua vittoria: "Ora conosco l'ingrediente Supremo!".

Per secoli gli studiosi cercarono invano di decifrare le parole e il pensiero della piccola Gnamgnam, per secoli cercarono di catturare il "sapore" dell'ingrediente Supremo. Una cosa è certa Gnamgnam preparò ed inventò altre delizie, ma mai, MAI, cucinò una torta al semolino.

Simona Emme


***

L'Abete di Andersen


In mezzo al bosco si trovava un grazioso alberello di abete aveva per sé parecchio spazio, prendeva il sole, aveva aria a sufficienza, e tutt'intorno crescevano molti suoi compagni più grandi, sia abeti che pini, ma quel piccolo abete aveva una gran fretta di crescere. Non pensava affatto al caldo sole né all'aria fresca, né si preoccupava dei figli dei contadini che passavano di lì chiacchierando quando andavano a raccogliere fragole o lamponi. Spesso arrivavano con il cestino pieno zeppo di fragole oppure le tenevano intrecciate con fili di paglia, si sedevano vicino all'alberello e esclamavano: "Oh, com'è carino così piccolo!" ma all'albero dispiaceva molto sentirlo.
L'anno dopo il tronco gli si era allungato, e l'anno successivo era diventato ancora più lungo; guardandone la costituzione si può sempre capire quanti anni ha un abete. "Oh! se solo fossi grosso come gli altri alberi!" sospirava l'alberello "potrei allargare per bene i miei rami e con la cima ammirare il vasto mondo! gli uccelli costruirebbero i loro nidi tra i miei rami e quando c'è vento potrei dondolarmi solennemente, come fanno tutti gli altri." E non si godeva affatto né il sole, né gli uccelli o le nuvole rosse che mattina e sera gli passavano sopra. Quand'era inverno e la neve brillava bianchissima tutt'intorno, arrivava spesso una lepre e con un salto si posava proprio sopra l'alberello. "Che noia!" Ma dopo due inverni l'albero era così grande che la lepre dovette limitarsi a girargli intorno. ' Oh! crescere, crescere, diventare grosso e vecchio, è l'unica cosa bella di questo mondo ' pensava l'albero. In autunno giunsero i taglialegna per abbattere alcuni degli alberi più grandi; questo accadeva ogni anno e il giovane abete,che ormai era ben cresciuto, rabbrividiva al pensiero di quei grandi e meravigliosi alberi che cadevano a terra con un fragore incredibile. I loro rami venivano strappati, così restavano lì nudi, esili e magri che quasi non si riconoscevano più, poi venivano messi sui carri e i cavalli li portavano fuori dal bosco. Dove erano diretti? Che cosa ne sarebbe stato di loro? In primavera, quando giunsero la rondine e la cicogna, l'albero chiese: "Sapete forse dove sono stati portati? Non li avete incontrati?". La rondine non sapeva nulla, ma la cicogna sembrò riflettere un pò, poi fece cenno col capo e disse: "Sì, credo di sì! Ho incontrato molte nuove navi, mentre tornavo dall'Egitto; avevano alberi maestri magnifici: immagino fossero loro, dato che odoravano di abete. Posso assicurarvi che erano magnifici, davvero magnifici!". "Oh, se anch'io fossi abbastanza grande da andare per il mare! Ma com'è poi in realtà questo mare, e a cosa assomiglia?" "È troppo lungo da spiegare!" rispose la cicogna andandosene. "Rallegrati per la giovinezza!" dissero i raggi di sole. "Rallegrati per la tua crescita, per la giovane vita che è in te!" Il vento baciò l'albero e la rugiada riversò su di lui le sue lacrime, ma l'albero non riuscì a capire.
Quando si avvicinarono le feste natalizie, vennero abbattuti giovani alberelli, che non erano ancora grandi e vecchi come quell'abete, che non riusciva ad avere pace e voleva sempre partire. Questi alberelli, che erano stati scelti tra i più belli, conservarono i loro rami e vennero messi sui carri che i cavalli trascinarono fuori dal bosco. "Dove vanno?" chiese l'abete "non sono più grandi di me, anzi ce n'era uno che era molto più piccolo. Perché conservano i rami? Dove sono diretti?" "Noi lo sappiamo! Noi lo sappiamo!" cinguettarono i passerotti "abbiamo curiosato attraverso i vetri delle finestre, in città. Sappiamo dove vengono portati! Ricevono una ricchezza e uno sfarzo inimmaginabili! Abbiamo visto attraverso le finestre che vengono piantati in mezzo a una stanza riscaldata e decorati con le cose più belle, mele dorate, tortine di miele, giocattoli e molte centinaia di candeline!" "E poi?" domandò l'abete agitando i rami "e poi? Che cosa succede dopo?" "Non abbiamo visto altro. Ma era meraviglioso!" "Magari sarò anch'io destinato a seguire quel destino splendente!" si rallegrò l'abete. "Ed è molto meglio che andare per mare. Che nostalgia! Se solo fosse Natale! Ormai sono alto e sviluppato come gli alberi che erano stati portati via l'anno scorso. Potessi essere già sul carro! E nella stanza riscaldata con quello sfarzo e quella ricchezza! e poi? Poi succederanno cose ancora più belle, più meravigliose; altrimenti perché mi decorerebbero? Deve succedere qualcosa di più importante, di più straordinario, ma che cosa? Come soffro! Che nostalgia! Non so neppure io che cosa mi succede!" "Rallegrati con me!" dissero l'aria e la luce del sole "goditi la tua gioventù qui all'aperto!" Ma lui non gioiva affatto. Cresceva continuamente e restava verde sia d'estate che d'inverno, di un verde scuro, e la gente che lo vedeva esclamava: "Che bell'albero!". Verso Natale fu il primo albero a essere abbattuto. La scure penetrò in profondità nel midollo; l'albero cadde a terra con un sospiro, sentì un dolore, un languore che non gli fece pensare a nessuna felicità era triste perché doveva abbandonare la sua casa, la zolla da cui era spuntato. Sapeva bene che non avrebbe più rivisto i vecchi e cari compagni, i piccoli cespugli e i fiorellini che stavano intorno a lui, e forse neppure gli uccelli. La partenza non fu certo una cosa piacevole. L'albero si riprese solo mentre veniva scaricato con gli altri alberi, quando udì esclamare: "Questo è magnifico! Lo dobbiamo usare senz'altro!". Giunsero due camerieri in ghingheri che portarono l'abete in una grande sala molto bella. Tutt'intorno, sulle pareti, pendevano ritratti e vicino a una grande stufa di maiolica si trovavano vasi cinesi con leoni sul coperchio. C'erano sedie a dondolo divani ricoperti di seta, grossi tavoli sommersi da libri illustrati e da giocattoli che valevano cento volte cento talleri, come dicevano i bambini. L'abete venne messo in piedi in un secchio di sabbia, ma nessuno vide che era un secchio, perché era stato ricoperto di stoffa verde e era stato messo su un grosso tappeto a vari colori. Come tremava l'albero! Che cosa sarebbe accaduto? I camerieri e le signorine lo decorarono. Su un ramo pendevano piccole reti ricavate dalla carta colorata; ognuna era stata riempita di caramelle. Pendevano anche mele e noci dorate, che sembravano quasi cresciute dai rami. Poi vennero fissate ai rami più di cento candeline bianche rosse e blu. Bambole che sembravano vere, e che l'abete non aveva mai visto prima d'allora, dondolavano tra il verde. In cima venne posta una grande stella fatta con la stagnola dorata; era proprio meravigliosa. "Questa sera!" esclamarono tutti "questa sera deve splendere!" ' Fosse già sera! ' pensò l'albero 'se almeno le candele fossero accese presto! Che cosa accadrà? Chissà se verranno gli alberi del bosco a vedermi? E chissà se i passerotti voleranno fino alla finestra? Forse metterò radici qui e resterò decorato estate e inverno! ' Sì! ne sapeva davvero poco! ma gli era venuto mal di corteccia per la nostalgia, e il mal di corteccia è fastidioso per un albero come lo è il mal testa per noi.
Finalmente vennero accese le candele. Che splendore, che magnificenza! L'albero tremava con tutti i suoi rami finché una candelina appiccò fuoco al verde. Che dolore! "Dio ci protegga!" gridarono le signorine e subito spensero la fiamma. Ora l'albero non osava neppure più tremare. Che tortura! Aveva una gran paura di perdere qualche parte del suo addobbo, ed era molto turbato per tutto quello sfarzo. Si aprirono i due battenti della porta e una quantità di bambini si precipitò nella stanza, sembrava quasi che volessero rovesciare l'albero. Gli adulti li seguirono con prudenza; i piccoli si azzittirono, ma solo per un attimo, poi gridarono nuovamente di gioia facendo tremare tutta la casa. Ballarono intorno all'albero e tolsero, uno dopo l'altro, tutti i regali. ' Che cosa fanno? ' pensò l'albero. ' Che succede? ' Intanto le candele bruciarono fino ai rami, e man mano che si consumarono vennero spente. Poi i bambini ebbero il permesso di disfare l'albero. Gli si precipitarono contro con tale veemenza che l'albero sentì scricchiolare tutti i rami. Se non fosse stato fissato al soffitto con la stella dorata si sarebbe certamente rovesciato. I bambini gli saltellavano intorno coi loro magnifici giocattoli. Nessuno guardò più l'albero, eccetto la vecchia bambinaia che curiosò tra le foglie per vedere se era stato dimenticato un fico secco o una mela. "Una storia! Una storia!" gridarono i bambini trascinando un signore piccoletto ma robusto verso l'albero. Lui vi si sedette proprio sotto e disse: "Adesso siamo nel bosco, e anche l'albero farebbe bene ad ascoltare! Comunque racconterò solo una storia. Volete quella di Ivede-Avede o quella di Klumpe-Dumpe che cadde giù dalle scale, salì sul trono e sposò la principessa?" "Ivede-Avede!" gridarono alcuni; "Klumpe-Dumpe" gridarono altri. Fu un grido solo e solo l'albero se ne stette zitto a pensare: ' Non posso partecipare anch'io? Non posso far più nulla? '. In realtà aveva già partecipato e fatto la parte che gli spettava. L'uomo raccontò la storia di Klumpe-Dumpe che cadde giù dalle scale, salì sul trono e sposò la principessa; i bambini batterono le mani e gridarono: "Racconta, racconta!". Volevano sentire anche quella di Ivede-Avede, ma fu raccontata solo la storia di Klumpe-Dumpe. L'abete se ne stava zitto e pensieroso; gli uccelli del bosco non avevano mai raccontato storie del genere. Klumpe-Dumpe che cade dalle scale e sposa la principessa! Certo: è così che va il mondo! Concluse l'albero, credendo che tutto fosse vero, dato che era stato raccontato da un uomo così per bene. ' Certo! Chi può mai saperlo? Forse cadrò anch'io dalle scale e sposerò una principessa! '. E si rallegrò al pensiero che il giorno dopo sarebbe stato decorato di nuovo con candele, giocattoli, e frutta dorata. ' Domani non tremerò! 'pensò. ' Voglio proprio godermi tutto quello splendore. Domani sentirò ancora la storia di Klumpe-Dumpe e forse anche quella di Ivede-Avede. ' L'albero restò fermo a pensare per tutta la notte. Il mattino dopo entrarono il cameriere e la domestica. "Adesso ricomincia la festa!” pensò l'albero; invece lo trascinarono fuori dalla stanza, su per le scale fino in soffitta e lo misero in un angolo buio dove non arrivava neanche un filo di luce. ' Che significa!? ' pensò l'albero. ' Che cosa faccio qui? Che cosa posso ascoltare da qua? ' Si appoggiò al muro e continuò a pensare. Di tempo ne aveva, passarono giorni e notti e nessuno venne lassù, quando finalmente comparve qualcuno, fu solo per posare delle casse in un angolo. L'albero era ormai nascosto, si poteva pensare che fosse stato dimenticato. ' Adesso è inverno là fuori! ' pensò l'albero. ' La terra è dura e coperta di neve. Gli uomini non potrebbero ripiantarmi, per questo devo rimanere al riparo fino a primavera. Che ottima idea! Come sono bravi gli uomini! Se solo qui non fosse così buio ed io non fossi così solo! Non c'è neppure una piccola lepre! Invece era proprio bello nel bosco quando c'era la neve e la lepre mi passava vicino. Sì, anche quando mi saltava sopra ma allora non mi piaceva. Qui invece c'è una solitudine terribile! ' "Pi! Pi!" esclamò un topolino proprio in quel momento e saltò fuori. Subito dopo ne uscì un altro. Fiutarono l'abete e si infilarono tra i rami. "Fa un freddo tremendo!" dissero i topolini. "Se non fosse per questo freddo, si starebbe bene qui! Non è vero, vecchio abete?" "Non sono affatto vecchio!" replicò l'abete. "Ce ne sono molti che sono più vecchi di me!" "Da dove vieni?" gli chiesero i topolini "e che cosa sai?" Erano infatti terribilmente curiosi. "Raccontaci del posto più bello della terra! Ci sei stato? Sei stato nella dispensa dove c'è il formaggio sugli scaffali e i prosciutti pendono dai soffitto, dove si balla sulle candele di sego, dove si arriva magri e si esce grassi?" "Non lo conosco!" rispose l'albero "ma conosco il bosco, dove splende il sole e dove gli uccelli cinguettano!" e così raccontò della sua gioventù, e i topolini non avevano mai sentito nulla di simile, così lo ascoltarono attentamente e poi dissero: "Oh! Tu hai visto molto! come sei stato felice!". "Io?" esclamò l'abete, pensando a quello che raccontava. "Sì, in fondo sono stati bei tempi!" poi raccontò della sera di Natale, di quando era stato addobbato con dolci e candeline. "Oh!" esclamarono i topolini "come sei stato felice, vecchio abete!" "Non sono per niente vecchio!" rispose l'albero. "Sono venuto via dal bosco quest'inverno! Sono nell'età migliore, ho solo terminato la crescita!" "Come racconti bene!" gli dissero i topolini, e la notte dopo ritornarono con altri quattro topolini che volevano sentire il racconto dell'albero; e quanto più raccontava, tanto più chiaramente si ricordava tutto e pensava: ' Erano proprio bei tempi! Ma ritorneranno, ritorneranno! Klumpe-Dumpe cadde dalle scale e ebbe la principessa; forse anch'io ne sposerò una ' e intanto pensava ad una piccola e graziosa betulla che cresceva nel bosco e che per l'abete era come una bella principessa. "Chi è Klumpe-Dumpe?" chiesero i topolini, e l'abete raccontò tutta la storia; ricordava ogni parola e i topolini erano pronti a saltare in cima all'albero per il divertimento. La notte successiva vennero molti più topi e la domenica giunsero persino due ratti; ma dissero che la storia non era divertente e questo rattristò i topolini che pure, da allora, la trovarono meno divertente. "Lei conosce solo questa storia?" chiesero i ratti. "Solo questa!" rispose l'albero "la sentii durante la serata più felice della mia vita, ma in quel momento non capii quanto era felice." "È una storia veramente brutta! Non ne conosce qualcuna sulla carne e sulle candele di sego? O sulla dispensa?" "No!" rispose l'albero. "Ah, allora grazie!" dissero i ratti e si ritirarono. Anche i topolini alla fine scomparvero e allora l'albero sospirò: "Era molto bello quando si sedevano intorno a me, quei vispi topolini, e ascoltavano i miei racconti. Adesso è finito anche questo! Ma devo ricordarmi di divertirmi, quando uscirò di qui!".
Che successe invece? Ah, sì! Una mattina presto giunse della gente a rovistare in soffitta. La casse vennero spostate e l'albero fu tirato fuori, lo gettarono senza alcuna cura sul pavimento e subito un cameriere lo trascinò verso le scale dove arrivava la luce del sole. ' Ora ricomincia la vita! ' pensò l'albero, che sentì l'aria fresca e il primo raggio di sole. E così si ritrovò nel cortile. Tutto accadde così in fretta che l'albero non si accorse neppure del suo aspetto; c'era tanto da vedere tutt'intorno. Il cortile confinava con un giardino che era tutto fiorito, le rose pendevano fresche e profumate dalla bassa ringhiera, i tigli erano fioriti e le rondini volavano lì intorno e dicevano: "Kvirre-virre-vit, è arrivato mio marito!" ma non si riferivano all'abete. "Adesso voglio vivere!" gridò lui pieno di gioia e allargò i rami, oh! erano tutti gialli e appassiti; e lui si trovava in un angolo tra ortiche ed erbacce; ma la stella di carta dorata era ancora al suo posto e brillava al sole. Nel cortile stavano giocando alcuni di quegli allegri bambini che a Natale avevano ballato intorno all'albero e ne erano stati tanto felici. Uno dei più piccoli corse a strappare la stella d'oro dall'albero. "Guarda cosa c'è ancora su questo vecchio e brutto albero di Natale!" disse, e cominciò a pestare i rami che scricchiolarono sotto i suoi stivaletti. L'albero guardò quegli splendidi fiori e quella freschezza del giardino, poi guardò se stesso e desiderò di essere rimasto in quell'angolo buio della soffitta. Pensò alla sua gioventù passata nel bosco, alla divertente notte di Natale, e ai topolini che erano così felici di aver sentito la storia di Klumpe-Dumpe. "Finito! finito!" esclamò il povero albero. "Se almeno mi fossi rallegrato quando potevo! finito! finito!" Il cameriere sopraggiunse e tagliò l'albero in piccoli pezzi e ne fece un fascio. Come bruciò bene sotto il grande paiolo; sospirava profondamente e ogni sospiro sembrava una piccola esplosione; attratti da quegli scoppi, i bambini che stavano giocando accorsero e si misero davanti al fuoco e, guardandolo, gridarono: "Pif-pof!", ma a ogni crepitio, che era per lui un sospiro profondo, l'albero ripensava a un giorno d'estate nel bosco, a una notte d'inverno quando le stelle brillavano nel cielo, alla notte di Natale e a Klumpe-Dumpe, l'unica storia che aveva sentito e che sapeva raccontare. E intanto si era consumato tutto. I bambini ripresero a giocare nel cortile e il più piccolo si era messo al petto la stella dorata che l'albero aveva portato nella serata più felice della sua vita; ora questa era finita, e anche l'albero era finito, e così anche la storia: finita, finita, come tutte le storie.

giovedì 2 novembre 2017

Come vivere felici - secondo capitolo - #ilbosco


E si riparte dal bosco per narrare il significato della felicità. E' semplice suggerire di camminare tra gli alberi, è difficile farlo veramente.
Per anni ho cercato di recuperare i racconti dei nostri nonni. Qualche volta, vi dirò, ci sono pure riuscita. Oggi le favole sono cambiate, abbiamo smantellato la storia, riadattandola al nostro punto di vista.
La felicità parte dalle piccole cose, dalle tracce lasciate da chi è venuto prima di noi. Dovremmo trarre il meglio dai gesti e dalle esperienze passate. Il meglio.


Gli alberi infiammano il bosco e si respira odore di muschio e resina. Funghi inariditi, troppo vecchi e stanchi, si afflosciano sotto la radura. Il manto autunnale è colorato di foglie, pigne e rami secchi. La natura ritira le sue vesti estivi e ci concede il suo spettacolo. 
Si alza il sipario. Alberi di faggio scuotono le chiome. Ogni tanto i piedi svaniscono, non si vedono più, al loro posto ci sono le foglie, piccole fate capricciose. Scoppiettano al nostro passaggio. Forse ridono.
La boscaglia, sventrata qui e là, da cisterne, casette e alberi abbattuti, non smette di incantare. Ed ecco che spuntano foglie di castagno, querce, ippocastano... La vita nasce dalla morte, i funghi spuntano dai tronchi; i ragni ci salutano dai loro anfratti bui e migliaia di uccellini si abbeverano nel laghetto.
Le foglie continuano a cadere dai rami, silenziose, come piccole farfalle ramate. Talvolta scivolano in quel che io ho soprannominato "nido di tronco".
Ed è tutta qui la magia. L'autunno non ci chiede nulla eppure ci regala tutto.

Simona


Non ci si accontenta mai della bellezza. Capita che si parte per andare in un posto, e qualcosa invece ti fa finire in un altro luogo, ancora più bello. 
Oggi è il giorno dedicato al silenzio, e non c'era luogo più magico di questo dove trovarlo. 
Tra i faggi ormai spogli, l'unico rumore era quello dei nostri piedi sulle foglie secche e del nostro respiro. Di quando in quando ci fermavamo ad ascoltare quello strano silenzio ovattato dove nemmeno le mucche, incontrate prima di entrare nel bosco, facevano rumore. 
Era veramente un silenzio talmente profondo che neanche il vento riusciva a strappare un cigolio o uno scricchiolio dai rami senza foglie. Era una sorta di bosco addormentato, con le ombre degli alberi che si allungavano sul sentiero per il sole pallido e piegato verso l'orizzonte. 
Le radici sembravano mani che afferravano saldamente la terra, ed è lì, nelle loro parti nascoste giù tra i lombrichi e le zolle, che la vita continua nel respiro lento del sonno. 
Alla fine di quell'incanto, appare una veduta meravigliosa sulle rughe di Madre Terra.

Niviane da SILENZIO 


... la meraviglia nel provare il primo "freddo" sulla pelle e di vedere finalmente la BRINA, non la rugiada spacciata per gelo.





La vita nasce dalla morte...


Ogni tanto i piedi svaniscono, non si vedono più...


Il legno racconta la sua storia... anche se strappato al bosco... 



Le radici sembravano mani che afferravano saldamente la terra (cit. Niviane)




Talvolta, guardando il bosco, comprendo la paura dell'ignoto, come doveva essere spaventoso attraversarlo, in tempi in cui gli alberi crescevano e morivano, nella continua lotta del più forte... 


Sono una montanara mancata (ho sangue di città, di mare e campagna ;)), ho buono orecchio, mi piace osservare cortecce, foglie, rami. Sento l'odore dei funghi (magari sentissi pure i tartufi), delle piante di fragole e naturalmente mi piace riconoscere le tracce lasciate degli animali: i tronchi graffiati dai caprioli, le feci di lepre, i rigurgiti abbandonati dai rapaci...



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E tornando a Magnus, il cuoco, rubo alcuni passaggi da un commento di Niviene per spiegare l'essenza dell'Arte.

Capisco perché ti piace tanto. Ho letto alcuni suoi piatti (come uova quaglia nella cenere di cacca di pecora :D, o robe col sangue affumicato di renna) che possono sembrare raccapriccianti e devono dirti come mangiarli (la cenere va tolta) ma invece sono la tradizione vichinga resa alta cucina da grande chef, e come giustamente hai detto, in quei piatti c'è tutto un territorio, con le sue materie prime, paesaggi, tradizioni, leggende.
Credo che la tradizione in cucina sia importante. A me mancano tanto i "crostini neri" di mia mamma, tradizionalissimi in toscana, figli di quella cucina dove non si butta niente, e da brava toscana tengo molto ai piatti della mia terra, i più speciali vengono sempre dalle cucine dei servi o dei poveri di un tempo. 
Lo sai che oggi studi scientifici fatti in anni hanno dimostrato che è meglio mangiare cose tradizionali, soprattutto negli ingredienti, che non roba mai vista dai nostri nonni. Il nostro DNA non le riconosce. Questo non significa non mangiare mai altre cose, si può mangiar tutto una volta ogni tanto, ma come "abitudine" è meglio affidarsi alla tradizione della propria terra, per evitare nel tempo intossicazioni, soprattutto nei soggetti ipersensibili. 
Quello che ho visto sul web nella cucina di quel Nilsson, è che non c'è traccia di robe "fusion", di rivisitazioni delle sue tradizioni... ma muschi e altre cose tutte della sua terra. È proprio un artista!

Ecco come mi sento all'interno della NATURA... un'artista. Lì celebro il mio ritorno alle radici. E se, attraverso un racconto, un'immagine, trasmetto serenità questo basta per sentirmi a mio agio. 
No, non ho, come alcuni mi hanno scritto, una vita perfetta. In questi giorni ho spazzato il vialetto, il marciapiede, il cortile. Ho riempito tre volte la carriola di foglie e fatto avanti e indietro sul prato. Ho tagliato la siepe, tolto la muffa dai muri (viviamo in una casa vecchia), curato i cavoli, cosparso la terra di letame e cenere; letame per il frutteto, che quest'anno non ha reso e cenere contro limacce e chiocciole. Ho tolto ad uno ad uno, con le mani, i bruchi dai cavoli romaneschi, che, ahimè, non stanno venendo. Lavo di tanto in tanto davanti casa, perché non piove da parecchio tempo e la polvere penetra ovunque. Combatto contro cimici e parassiti. Tra attese di geometri della Regione e permessi per "migliorare la vita", si aspetta. Nell'attesa scrivo, leggo e fotografo. Ogni cosa acquista un senso se cogliamo le luci e le ombre.

In risposta a Niviene e a Sara (con scoppio ritardato), da noi, tra le montagne Venete e Trentine, le persone lasciano sacchetti, cartacce, bottiglie di vetro e plastica. Ieri non siamo riusciti a raccogliere lo sporco incontrato, spesso Stefano ed io lo facciamo. Purtroppo, a differenza di altri, penso che a sporcare siano sia quelli della zona che quelli che vengono da fuori, la mentalità di alcuni montanari è "basta che non si vedi" (citazione vera).