giovedì 11 gennaio 2018

Di cinema

Le "vacanze" natalizie sono state alquanto burrascose, esco da una lunga influenza e da una casa messa a soqquadro per un cambio armadio, che detta così sembra una sciocchezza, peccato che l'armadio in questione venga utilizzato come "magazzino". Ad ogni modo, per una che non si ammala mai, passare due settimane a casa, tra tosse, febbre e stanze sottosopra mi ha fatto rivedere alcune priorità.
Sono una che ama dicembre e tutti i piccoli miracoli che ci vanno dietro.
I social li ho soltanto lettichiati, nonostante le feste le persone continuavano a sbraitare, come se il litigio fosse una cosa di cui vantarsi. Oggi siamo abituati a mostrare più che a dimostrare, infatti sono inciampata su dolci, sorrisi, selfie e sbrilluccichii vari. Ad ogni modo, ho rivisto le mie priorità e nonostante i ripetuti fallimenti del 2017 ho scelto di darmi un'altra chance, evitando di perdermi nei complimenti altrui.


Per fortuna tra Natale e Santo Stefano sono riuscita a vedere due pellicole, "Assassinio sull'Orient Express" di Branagh e "Dickens - l'uomo che inventò il Natale" di Nalluri. Il primo è un buon film, diretto bene e interpretato egregiamente da Branagh, Pfeiffer, Jacobi e Depp. Branagh fa di testa sua, e quindi risalta il prodigioso Jacobi e il personaggio di Leslie Odom Jr. Insomma gli uomini hanno la meglio, l'unica donna "recitante" è la Pfeiffer, mentre le altre sembrano più comparse che interpreti, perfino lo spazio dedicato a Daisy Ridley annoia. La splendide Dench e Olivia Colman sono oscurate dalle manie di grandezza di Branagh, e se per la Dench, vista la carriera, possiamo esclamare un "pazienza", meno lo si può fare per la Colman, che meriterebbe attenzione, ma, diciamolo, Branagh si è piegato da tempo alle leggi convenzionali del cinema e gli anni del "Nel bel mezzo di un gelido inverno" sono un pallido ricordo. Ovviamente il discorso cambia per coloro che non hanno visto la versione del 1974, un piccolo, grande, gioiello di Sidney Lumet. Anche per quella occasione gli attori sfilavano come in un Bazaar, ma ogni singolo interprete, o quasi, brillava di luce propria. Il cinema non è fatto solo di immagini, ma di gesti, ombre, luci, pause, respiri e soprattutto di dialoghi. Albert Finney non ha nulla da invidiare a Branagh, anzi. Lauren Bacall giganteggia sulla Pfeiffer, e nel paragone la schiaccia in ogni inquadratura, stessa cosa vale per gli splendidi affascinati amanti, Vanessa Redgreve e Sean Connery o per i conti Michael York e Jaqueline Bisset. La principessa Interpretata da Wendy Hiller è un mascherone straripante e non un visetto assorto come quello della Dench. La splendida Bergman, poi, ha preso un Oscar per la parte data infelicemente alla Cruz. Antony Perkins strizza l'occhio, in svariate battute e atteggiamenti, a "Psycho" eppure anche per lui le parole non sono un optional. Nella versione di Lumet, Martin Balsam e George Colouris sono la spalla "comica" di Poirot. Solo Jacobi e Depp riescono ad eguagliare i personaggi interpretati dagli strepitosi John Gielgud e Widmark. Perfino Rachel Roberts,  nel 1974, supera la splendida Colman, e lo fa con un sorriso che tradisce il suo passato da cuoca. Vedete, il cinema era recitazione, interpretazione, esagerazione e, soprattutto, sceneggiatura. Come può Poirot esclamare "Hildegard Schmidt era una cuoca" senza farle domande, e cos'è Poirot senza il dialogo, tradotto in italiano, sulla reticenza? 



Se non conoscete la versione di Lumet potreste apprezzare il lavoro di Branagh, ma se mettete le due pellicole a confronto, non c'è paragone. Uno è un diamante, l'altro è un pezzo di ghiaccio. Oggi, ed è per questo che preferisco i telefilm ai film, manca la passione, quella passione che faceva sognare, sperare e, soprattutto, pensare. Non è vero che i remake o le ennesime versioni siano sempre una delusione, "La guerra dei mondi" del 2005 è un capolavoro rispetto alla  pellicola del 1953. 


Il discorso cambia per il film "Dickens, l'uomo che inventò il Natale". Ora, si sa, amo il Natale, e quindi sono di bocca buona soprattutto quando si parla di "Canto di Natale". Adoro la versione dei Muppets del 1992, quella di Zemeckis del 2009, "S.O.S fantasmi" con Bill Murray (AAAAMO Murray) del 1988 e naturalmente "La più bella storia di Dickens" con lo strepitoso Albert Finney del 1970. La pellicola di Nalluri è genuina, strappa lacrime come piace a me. Impeccabile per costumi, sceneggiatura, scenografia, trucco, recitazione - su tutti vince Christopher Plummer -.  Non capisco quali dovrebbero essere i difetti, visto che in fondo non pretende di essere una biografia, ma favoleggia su Dickens, che non ebbe né un matrimonio felice né un buon rapporto col padre. E' una pellicola che si muove con eleganza, e che purtroppo non passerà alla storia, come è accaduto per "The Fall" di Tarsem. Le persone preferiscono gli effetti speciali e poco importa se Ian Solo muore. Le persone preferiscono i film intellettualoidi, senza arte né parte, basta che siano d'essai. 
Non invidio le generazioni future, che non sorrideranno come la sottoscritta guardando Gene Kelly né si ricorderanno un  solo film interpretato da Plummer, da Finnay o ancora dal grande Jacobi. Il cinema è morto da un pezzo, lo si evince dalle critiche sulla pellicola di Nalluri e dal pubblico pagante per gli effetti speciali e i cast super stellari. Ci si accontenta delle Cruz mute.


Oh sì, ogni tanto escono piccoli capolavori, come "The revenant" o "La cuoca del presidente", ma un Natale senza pellicole  alla Frank Capra  è triste quanto i Macarons senza ganache. 

E ora, se non vi dispiace, mi guardo Gene Kelly e non "La la land".


lunedì 18 dicembre 2017

Storie di fine anno



Clementina Lady Hawarden (1822-1865) - fotografa inglese

Clementina è morta a quarantadue anni. Certo, questa notizia non fa "Natale", in ogni caso, non posso fingere e blaterare "quanto vorrei vivere nell'epoca Vittoriana". Ora, di Clementina non si sa quasi nulla: aveva otto figli, era di buona famiglia e fotografava, soprattutto le figlie. Probabilmente ad ucciderla è stata la sua passione, fatta di sostanze chimiche e particelle per imprigionare il tempo: nitrato d'argento e collodio. 
Clementina spostava i mobili per donarci una "messa in scena" teatrale, quella che ci fa esclamare: "Quanto è figo vivere nell'ottocento!".

Elizabeth Jane Cochran (1864-1922) - giornalista statunitense

Elizabeth è morta a cinquantotto anni, di polmonite come Clementina, tuttavia ha avuto una vita piena, costruita sulla testardaggine. Elizabeth è famosa per il suo giro del mondo in soli 72 giorni, imitando il protagonista del romanzo di Verne ne "Il giro del mondo in ottanta giorni". Questa cosa mi fa sprofondare, come al solito, nel mare dell'immaginazione, tra mongolfiere, scafandri e dirigibili rischio di perdere il filo del discorso. Dove ero rimasta? Ah sì, Elizabeth Jane Cochran, come altre protagoniste di quel tempo, era reduce da un'infanzia e un'adolescenza pesanti. Ad ogni modo, non si perse d'animo e con lo pseudonimo di Nellie Bly diventò una giornalista investigatrice. Scrisse sui bambini non desiderati, sulla vita delle operaie, sugli istituti di carità e sul lavoro delle domestiche. Sotto copertura sfidò l'insensibilità dell'epoca, e da infiltrata vide con i propri occhi la crudeltà di un sanatorio femminile, Women's Lunatic Asylum. Bastava essere straniera, ripudiata e povera per finire internata. Come Nellie Bly raccontò di stanze congelate, di acqua ghiacciata, di vasche sporche, di celle sovraffollate (il manicomio conteneva più di milleseicento donne), di cibo andato a male, di maltrattamenti e disumanità. Grazie a lei aumentarono le sovvenzioni per il sanatorio femminile.


Noi donne, e non parlo delle giovani di oggi, abbiamo seguito un certo tipo di letteratura, che fatalità è stata scritta dal gentil sesso: "Anna dai capelli rossi" di Lucy Maud Montgomery (1874-1942); "Il giardino segreto" di Frances Hodgson Burnett (1849-1924), "Piccole donne" di Louisa May Alcott (1832-1888), "Pollyanna" di Eleanor Hodgman Porter (1868-1920), "Heidi" di Johanna Louise Spyri (1868-1920), "La primula rossa" di Emma Orczy (1865-1947), "Pattini d'argento" di Mary Mapes Dodge (1831-1905) ecc.

Per chiudere l'anno, oltre alle precedenti, vorrei ricordare:

- la scrittrice statunitense Harper Lee (1926-2016) per "Il buio oltre la siepe". Lo scrittore J. R. Lansdale deve molto alla signora Lee.

- L'inaffondabile Margaret Brown (1867-1932). Purtroppo ho visto la sua casa da fuori (Denver) e non sono riuscita a visitare gli interni.

- Colei che mi ha fatto sognare con Poirot, tra Nilo e Orient Express: Agatha Christie.

E oggi? Beh oggi ci sono le James – quella delle sfumature, le Meyer, le Rowling, le Kinsella, le Fielding, le Lackberg ecc.
Altre volte: Allende, Lois Lowry, Atwood (e non parlo solo de “Il racconto dell’ancella” che va tanto di moda) e naturalmente tutte le Yourcenar e le Duras che mi hanno fatta crescere.
I libri vanno presi per quello che sono: pomposi, noiosi, boriosi, allegri, vanesi, sempliciotti. A volte ci fanno sognare, altre volte pensare. Ci sarà sempre quello che preferirà Ovidio ad Edgar Lee Masters.  
L’amore che ho per gli scrittori dell’ottocento è legato alle loro vite, ed è per questo che mi piace, ad esempio, il medioevo. Non mi soffermo sulle battaglie, le pestilenze, ma sui colori delle chiese, oggi sbiaditi, che un tempo sbalordivano i pellegrini. Sapere che Charlotte Bronte mette sé stessa in Jane Eyre, raccontando la sua esperienza negli istituti per l’infanzia, va oltre il romanzo. Quello che manca, spesso, alle scrittrici moderne è l’esperienza/la ricerca. E’ come dire che tutti possono scrivere senza aver vissuto. Banana Yoshimoto è diretta, sintetica, quasi fumettistica, perché fa parte della sua cultura.
Ha ragione Silvia (sempre lei) quando dice “devo leggerla perché è donna?”. Al di là che bisognerebbe leggere quel che ci pare, forse noi, donne e uomini, dovremmo comprendere che il successo centenario di Tolkien è dovuto al modo di raccontare. Ora, mi direte che le sfumature hanno un discreto successo, certo, anche i giornaletti da un penny lo avevano!

Buon Natale!


Ci si rivede a gennaio…

ps: mi scuso per gli errori, ma si sa sono brava a notare quelli degli altri e non amo rileggermi.